Ci sono band che creano qualcosa di difficile catalogazione tanto è originale la loro proposta musicale, mescolando varie influenze a tal punto da non sapere proprio come definirli. I Dead Can Dance rientrano proprio nella categoria di band in cui una singola definizione risulta troppo riduttiva. Christian Amadeo, giornalista musicale e scrittore, nonché amante stratosferico della band, in “Musica Eterna” ci racconta l’epopea esistenziale e musicale dei Dead Can Dance, gruppo tra i più peculiari degli anni ‘80. Poco conosciuti dalla frangia di ascoltatori più distratti e interessati a sonorità mainstream, molto invece da chi è incline a scavare più a fondo.
Christian parte proprio dall’inizio e mette in fila le vite reali dei due leader indiscussi, cioè Brendan Perry e Lisa Gerrard. Due anime affini e differenti allo stesso tempo, che con le rispettive influenze hanno contribuito a creare il suono inconfondibile dei Dead Can Dance. L’autore fa una retrospettiva completa della storia della band, di come Brendan e Lisa siano entrati in contatto col mondo della musica, di come si siano conosciuti e innamorati, da dove abbiano preso ispirazione per comporre la loro eterea musica. Non mancano i passaggi cardine della loro intera discografia fino al 2017, anno di pubblicazione del libro.
Come avvenuto anche in altre biografie musicali , “Musica Eterna” è stato pubblicato prima dell’ultimo (per ora) album della band, ossia “Dyonisus”, datato 2018, ma per il resto è il libro più completo in assoluto riguardo alla band anglo-austrialiana e, per quanto ne sa l’autore stesso, potrebbe anche essere l’unico libro al mondo del genere sulla band.
Parlare delle peculiarità dei Dead Can Dance richiederebbe una mole di spazio che in questa recensione non abbiamo, mi limito quindi a riportare alcuni punti cardini. Con il primo album omonimo si sentono chiare sonorità post punk e gotiche figlie degli anni ‘80 e influenzate da band capostipiti del genere come The Cure, Joy Division, Siouxie and the Banshees, Cocteau Twins ecc.
A partire dagli album successivi, Brendan e Lisa non si adagiano mai sugli allori proseguendo la loro sempiterna sperimentazione, allontanandosi dal post punk e inglobando suoni che, per semplicità di comprensione, potremmo definire derivati dalla “world music”, ma che possiamo dire inerenti a tutte le varie culture a cui i due leader si sono sentiti vicini. Troviamo quindi l’utilizzo di strumenti, suoni e riferimenti che provengono dalla tradizione barocca, dal Medio ed Estremo Oriente, dal Sudamerica, dall’Antica Grecia, dall’Africa e altro ancora.
La dimensione live, per una band, è spesso la parte più complessa e importante per trasmettere la propria arte e diffondere la propria musica. Lo stesso Christian Amadeo dedica ampio spazio al racconto delle sensazioni provate a un live dei Dead Can Dance. Cita anche il fatto che la band abbia una sorta di legame con l’Italia visto che sono passati diverse volte in tanti anni di concerti, anche dopo le due reunion. Sì, perché Brendan e Lisa ad un certo punto della loro carriera non stavano più assieme sentimentalmente, ma sono riusciti a non far naufragare il loro progetto musicale, come purtroppo invece avvenuto per i Sonic Youth, ad esempio, altra band dove i due componenti fondatori erano una coppia nella vita.
Due volte Brendan e Lisa hanno deciso di proseguire con le rispettive carriere soliste e fermare “il morto che danza”, ma solo momentaneamente. Sono passati diversi anni tra le due reunion, e l’autore è stato altamente bravo a raccontare anche le carriere soliste dei due leader nel mentre, di cui mi sto recuperando gli album. Brendan è stato quello meno prolifico e più orientato al cantautorato sofferto in stile Tim e Jeff Buckley. Lisa invece, all’inverso, ha prodotto molti più album seguendo maggiormente le influenze della band madre, ma puntando tantissimo su collaborazioni con altri compositori e sulle colonne sonore (come già da diversi anni a questa parte Trent Reznor dei Nine Inch Nails).
Il legame che stringe questi due individui è indissolubile e “il morto che danza” non può esistere e resuscitare senza uno dei due, poiché l’anima dei Dead Can Dance sono entrambi e non uno in meno. La fusione dei due elementi chiave, delle due anime, è quello che crea la miscela inconfondibile del suono dei Dead Can Dance. Brendan è quello più poetico, terreno, metodico e osservatore, ispirato dalla letteratura e poetica simbolista (ne è l'esempio il chiaro riferimento a Baudelaire nell’album “Spleen and Ideal”), Lisa invece è quella più istintiva, eterea, angelica e ispirata dal linguaggio universale.
Anche il modo di cantare è differente tra i due e si intersecano alla perfezione: Brendan è attaccato alle parole e ai simboli, come un poeta decadente, Lisa invece utilizza la glossolalia, cioè l’emissione di suoni, sillabe o parole incomprensibili e prive di un senso logico in apparenza. A lei non serve pronunciare parole riconoscibili, l’insieme di tutti questi fattori basta per smuovere l’anima dell’ascoltatore, avvicinandosi all’infinito, all’immateriale. Brendan è baritono, Lisa invece è contralto e può raggiungere note da mezzosoprano.
“Musica Eterna” è impreziosito anche da una serie di fotografie d’epoca della band e delle copertine di ogni album a inizio capitolo. Vi è poi una sezione finale divisa in diversi capitoli di approfondimento su influenze, temi e aspetti fondamentali per comprendere la portata della genialità di Brendan e Lisa. C’è anche spazio per un’intervista fatta dall’autore a Peter Ulrich, pluri strumentista che ha collaborato per diversi anni con loro come percussionista, in cui spiega la sua esperienza da musicista e come si è approcciato alla band.
La lettura di “Musica Eterna” mi ha emozionato oltre misura sia da grande fan della band, ma anche per tutte le tematiche trattate dalla band stessa. Inoltre leggere le gesta di Brendan e Lisa dalle dita di una persona che trasuda passione come Christian Amadeo (rimanendo sempre però obiettivo e lineare) è stato qualcosa di clamoroso.
Pur non avendo avuto l’occasione di vedere i Dead Can Dance dal vivo, come invece mi è successo per i Nine Inch Nails (evento raccontato nella recensione di “Niente mi può fermare” di Giovanni Rossi), sento una profonda connessione tra me e i DCD e al pensiero che li ha sempre accompagnati in anni di carriera: ciò che è morto non sempre rimane morto, il ciclo dell’esistenza va avanti infinito, morte e rinascita ancora e ancora.
Lettura obbligatoria per chiunque sia appassionato dei Dead Can Dance e occasione imperdibile di riascoltare per intero la discografia della band. Come è successo a me mentre ero impegnato a leggere le pagine, assaporando meglio così le sensazioni e spiegazioni di Christian, e scoprendo nel contempo cose nuove, come sicuramente le bellissime discografie soliste di Brendan e Lisa.
(Ivan Molinari – La Penna d'Oca)
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