"Giovanna la tocca", un racconto di Roberta Venturini.

Pubblicato il 8 novembre 2026 alle ore 10:00

Erano ormai passati tanti anni da quando Giovanna si era ritirata a vivere in convento. La freschezza della gioventù l’aveva lasciata già da un po’, ma non per questo la sua bellezza era avvizzita. Solo i fianchi erano mutati, allargandosi e ammorbidendosi proprio tanto, forse anche a causa della vita sedentaria che conduceva: da quando era andata a stare con le suore, Giovanna passava le sue giornate nel chiostro, sia in estate che in inverno, leggendo, pregando e meditando, facendo ben poca attività fisica. Questa esistenza semplice le aveva riportato quella serenità che la crudeltà della vita le aveva tolto. Solo lì, avvolta in quel silenzio, piano piano aveva smesso di pensare al suo passato e ai fantasmi che lo popolavano, aveva smesso di piangere, di soffrire e di stare male. Ora sembrava vivere fuori dal tempo, in un luogo invisibile agli occhi degli altri, che per questo la consideravano un po’ tocca.

Un pomeriggio di fine estate Giovanna era come sempre seduta nel chiostro a leggere. A un certo punto alzò gli occhi al cielo e subito sentì un tuffo al cuore: i raggi del sole, filtrando attraverso le nubi, creavano uno strano gioco di luci e ombre, dando vita a figure e immagini che forse solo occhi come i suoi potevano percepire, occhi capaci di vedere oltre. L’immagine che era venuta a turbarla era quella di due innamorati, posti uno di fronte all’altra, nell’attimo che precede il bacio che di sicuro avevano intenzione di scambiarsi. Quelli però non erano due ragazzi qualsiasi, quelli erano lei e Marco.

Grosse lacrime cominciarono a scendere dai begli occhi di Giovanna, rotolando sulle sue paffute guance, fino a caderle pesantemente in grembo. I ricordi la sommersero: le corse a piedi nudi nei prati, il sole che le arrossava le guance, il cuore che le batteva forte ogni qualvolta lui posava su di lei i suoi cerulei occhi, le risate, le mani che si cercavano, le dita che si intrecciavano e quei baci leggeri e fugaci, con la paura di essere visti, di essere scoperti.

Gioia e spensieratezza, sogni e progetti per il domani: i due ragazzi sentivano di avere il mondo in mano, il futuro gli apparteneva, radioso e ricco di prospettive. Ma la gioia durò poco, appena il tempo di sposarsi e su di loro si addensarono nere nubi temporalesche: la guerra era arrivata a pretendere il tremendo tributo di vite innocenti, spezzate in nome di un odio che non era il loro, che non gli apparteneva.

La mattina in cui a Giovanna arrivò la notizia che anche la vita del suo Marco era stata sacrificata su quell’assurdo altare, il cielo riversava sulla terra una quantità incredibile di acqua, quasi partecipasse al suo dolore, come se piangessero insieme. Marco, il suo Marco, non c’era più, se ne era andato prima di sapere che dal loro amore sarebbe nata una nuova vita. Purtroppo per lei però le prove non erano finite: durante l’inverno che seguì, una violenta febbre le strappò via anche la sua creatura, e con essa la ragione. Per questo il buon parroco del paese la portò al convento, dove le suore si sarebbero prese cura di lei, l’avrebbero confortata meglio che potevano, l’avrebbero aiutata a continuare a vivere.

Tutto questo si era riaffacciato alla fragile mente di Giovanna mentre il sole giocava a nascondino con le nubi. Durò un attimo, il tempo che una folata di vento dissipasse le nuvole e le ombre, e la sua espressione mutò, il sorriso tornò sul suo volto mentre riprendeva la lettura. Ora il cielo era limpido e terso, così luminoso da abbagliare il suo sguardo, uno sguardo che si era di nuovo annebbiato, chiaro segno che il momento di lucidità era già svanito, lasciando la sua mente a vagare in quell’oblio che la teneva al riparo dal dolore.


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