“Il velo nero” fa riferimento alle parole che usò Donatella Bisutti per la poetessa Fernanda Romagnoli. Un velo luttuoso, che si sollevava per un istante su questa figura di donna, per poi ricadere pesantemente e in maniera ineluttabile. Un velo che va a cancellare la memoria, condannandola all'oblio. Da qui il tentativo di salvare dal silenzio le voci di queste poetesse italiane del passato.
Oggi vorrei iniziare andando in un paese delle Marche, Fabriano, dove vissero nel '300 quattro poetesse, alcune unite fra loro anche da grande amicizia. Donne molto moderne ed emancipate per il loro tempo, che potremmo definire anche delle femministe ante litteram.
Comincio con Elisabetta Trebbiani, chiamata la poetessa guerriera. Una figura combattiva, forte, ma capace anche di grande dedizione. Quando non seguiva il marito nelle sue spedizioni notturne, passava intere notti a scrivere versi.
Di lei è riuscito ad arrivare fino a noi un solo sonetto, dedicato all'amica Livia dal Chiavello, con cui tenne un'intensa corrispondenza epistolare. Un inno alla stima e all'amicizia.
Elisabetta Trebbiani era la figlia di Meliaduso d’Ascoli, il podestà di Firenze. Non si hanno dati certi sulla sua nascita, ma si sa che morì nel 1397.
Da bravo genitore, dati i tempi, Meliaduso aveva insegnato a sua figlia, l’arte dell’autodifesa e dell'uso della spada sin da piccola.
Andò in sposa giovanissima a Paolino Grisanti, un uomo dedito alle armi, sempre pronto allo scontro con i nobili di Ascoli.
Elisabetta, descritta come una donna dal carattere molto forte, accompagnava quasi sempre il marito nelle sue scorribande notturne. Era abile nell’uso delle armi, e addirittura superava in valore anche alcuni degli uomini della banda del marito e dei suoi nemici. Elisabetta, le volte che non seguiva il marito, lo attendeva sedendo al tavolo e dedicandosi a comporre versi.
Si narra che, durante una spedizione notturna, il gruppo del Grisanti, Elisabetta compresa, cadde in un’imboscata. Paolino, ferito, stava per cedere agli attacchi degli avversari; Elisabetta, per aiutarlo, si frappose tra lui e gli avversari, restando ferita lei stessa. Messi in fuga gli avversari rifiutò ogni soccorso fino a quando non fu certa che suo marito fosse salvo.
“Perché i coniugi devon esser l’un l’altro come l’angelo custode, che in verun tempo né in verun pericolo mai abbandona quell’anima che gli è stata data in consegna.” spiegò lei ai compagni d’armi, che cercavano di aiutarla meravigliati da tanta devozione coniugale.
Oltre ad essere una donna d’arme, Elisabetta Trebbiani era anche poetessa con una buona cultura. Tenne una corrispondenza epistolare con Livia Chiavelli, un'altra poetessa di Fabriano, cui inviò l’unico sonetto che è stato ritrovato.
Trunto mio che le falde avvien che bacie
A la Cipta de Pico, e più de Marte
S’in mar, dove onni fiume amistà facie
T’incontrassi col Jan, diglie in disparte
Ch’annunzi en nome mio salute e pacie
A la mia Livia perita d’onne arte:
La qual sì a l’orecchi, ed occhi piacie,
O se veggia en persona, o scriva en carte.
La carta bianca di più tu gl’accenna
Che del suo bel Paese ella ne mandi
Per scrivervi sue gesta inclite e sole.
Ma più che la sua carta, la sua penna
Vorrei, mentr’or laudar soi merti grandi
Sol la sua penna eloquente ce vole.
***
Sabrina Corradini è un'autrice dei Serial Writers, i fondatori dello spazio culturale La Penna d'Oca. Amante del mistero e della poesia, cura per loro, e in condivisione con noi, le rubriche MITI E LEGGENDE DAL MONDO, IL VELO NERO (dedicato alle poetesse italiane del passato) e IN CUCINA CON L'AUTORE (ricette ispirate a pietanze che compaiono nei classici della letteratura). Ha all'attivo due romanzi psicologici, tra i quali il premiato "Centoanime".
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